domenica 22 gennaio 2012

SP 67, la strada della Tramontana Scura

Due brevi racconti di Paolo Caredda.


Estratti da: Journal de la traversée de le Mont Néant comment il fut redigeè par le lieutenant de demi-brigade Jean Charavet (1801-1805)


...Dopo la battaglia cercammo scampo sulle falde del Fasce, con il proposito di ricongiungerci al resto del reggimento non appena la furia degli elementi ci consentisse di ritornare a valle...

...Il sentiero è intricato e quasi impercettibile ai nostri occhi, una nebbia fonda ingolfava le creste del monte inghiottendo ogni varietà: solo i grugniti distanti di un suino ci ancoravano al mondo materiale e cancellavano l’impressione di essere anime disperse in una plaga del purgatorio…
…Il vento soffia forte da Occidente con una temperatura di almeno 20 gradi centigradi sotto lo zero. 
Ci siamo riparati il volto con scialli, coperte e strisce di cuoio ricavate dagli zaini così da lasciare esposti solo gli occhi… 
…Una mandria di maiali errava lontana nei banchi di caligine: parevano grandi come i bufali dell’America e di portamento altrettanto furibondo…
…Marciare è impresa oltremodo laboriosa, le erbe lunghe, il terreno cedevole. Abbiamo incontrato orme di cavalli e molti scheletri ma nessuna creatura vivente. Se l’industria dell’uomo potrà in qualche evo futuro convertire questa desolazione in una terra abitabile è più di quanto io e i miei compagni potremo mai appurare. Le brume offuscavano la volta stellata così che il compasso di ordinanza non era di utilità alcuna. Dopo appena due miglia gli uomini erano già esausti e i cani mostravano i sintomi iniziali del congelamento… 
…Nostri inseguitori pertinaci, i maiali selvatici si sono fatti più temerari, attirati dalle orme insanguinate dei nostri cani…
…La nebbia continua a scendere in fasce pesanti e grava sulla terra celando piante, stagni e rupi come a volere negare l’armonia proteiforme della Natura. L’immaginazione umana non saprebbe concepire paesaggio più squallidamente desolato. Un tedio profondo affliggeva l’animo, una monotonia di forme più spaventevole del repertorio di succubi che i nostri preti usano per frastornare le beghine…
…I maiali salvatici avanzarono a grandi balzi e si avventarono sui cani con grugniti impossibili a descriversi. Gran parte della muta cadde preda della loro voracità mentre noi guardavamo sbigottiti, cercando riparo tra i cespugli inebbiati, e il moschetto che imbracciavamo ci pareva pietrificato…
…Raggiunta alfine la sommità del precipizio guardammo in preda alla vertigine la città sotto di noi, comprendendo che la strada era perduta per sempre. Pregai che il freddo ponesse rapida fine alle nostre pene perché stentare in questo sgomento è destino più grave della morte…


4 amici.
Ridevano e fumavano dentro un’Opel Corsa in affitto parcheggiata su un bordo di cemento.
Qualcuno era arrivato da Londra, qualcuno da Milano. Uno aveva le mani garzate. 
Non erano mai saliti lassù, oggi non saprebbero dire perché erano finiti sul Monte Fasce. 
Verso le cinque di pomeriggio si accorsero di tre figure: avanzavano a piedi sulla Provinciale, in direzione della macchina.
L’asfalto caldo li sfuocava nella distanza, ma di sicuro portavano jeans a torso nudo, uno si caricava sulle spalle qualcosa, un bastone per le vipere probabilmente ma poteva essere un fucile.
Li accompagnavano dei cani di grossa taglia, imprecisati.
La strada era lunga e gli amici ebbero il tempo di ascoltare la coda di un coro, non particolarmente amichevole.
Novantasette su cento erano i figli dei contadini che abitavano a Becco.
Avrebbero continuato per la loro strada senza curarsi dei quattro amici in macchina.
E’ difficile capire perché l’ansia si era infiltrata nella vettura e la riempiva come un gas. 
Tutti avevano visto Un tranquillo weekend di paura e almeno due avevano letto La maschera di Innsmouth, ma è comunque difficile dare una faccia e dire il nome del demone che li aveva assaliti.
Le Figure erano più vicine ora, in linea teorica una pietra avrebbe già potuto centrare la fiancata. 
- Metti in moto - disse uno dentro l’Opel, il guidatore non se lo fece ripetere. 
Sulla strada una freccia di legno indicava un’osteria in fondo a una discesa. 
Scesero ma la strada non finiva mai, dopo venti curve nel verde qualcuno disse: - ma dove stiamo andando, ci aspettano di sotto e ci fanno un culo quadro.
Uno spiazzo interrompeva i tornanti. Uscirono dalla macchina, c’era un villaggio in fondo al bosco. Iniziarono a ispezionarlo, senza staccarsi troppo. 
Panche lunghe abbandonate. Case di villeggiatura con le finestre sprangate. 
Un pneumatico dondolava da una coppia di grosse corde. 
Un crocifisso brunito piantato sul sagrato, le braccia come le ali di un rettile antico.
Riuscirono a decifrare la scritta intagliata nel legno: Nostra Signora del Bosco.
Risalirono accelerando in seconda, quattro conigli impreparati alle lezioni che il Monte sa impartire a chi viene da fuori.
La nebbia era scesa sulla strada: troppo buio e freddo per essere in estate, nuvole impigliate tra i rami degli alberi. Non avevano visto una sola macchina per tutta la giornata.
Tane di pietra nell’erba alta. 
Un ibrido di cinghiale incrociato sul ciglio, una pira di serrande accatastate nel cortile di una baracca. 
Dal comignolo usciva un fumo nero.  
Dentro la baracca una voce urlava: - Menabeliiinn! 
Si fermarono solo alle luci di un ristorante: avevano superato il confine invisibile del monte. 
I postumi dell’inquietudine li agitavano ancora, mentre si sgranchivano nel parcheggio della trattoria-bar Ligagin. Il vino sfuso della casa aiutava a cambiare l’ansia in euforia. 
Qualcuno prendeva appunti per dopo, uno telefonò a Schena.   
Nessuno lo diceva ma sono sicuro che sentivamo tutti di essere penetrati in una Terra Morbida, e che avessimo partecipato a qualcosa che rendeva molto insipide le chiacchiere della città di sotto e quel qualcosa ci avrebbe legato insieme per molto tempo, forse fino alla fine, invisibile agli occhi degli altri, come succede ai veterani sopravvissuti di una guerra mistica.
Non so se gli altri sono tornati su, di sicuro non l’abbiamo fatto insieme.  
Solo quello che avevo con il terzo amico è continuato a crescere, gonfiandosi come gli strani funghi che si nascondono in queste nebbie. 
Delle altre due amicizie una è appassita e l’altra marcita orribilmente, seguendo il corso di tutte le piante comuni.
Erano gli ultimi giorni di Luglio, dicono che il Fasce dà il meglio di sé in questo tempo dell’anno.